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Sanofi scommette su Scoppito: impianto con il bollino blu

Sanofi_ScoppitoLa multinazionale ha concentrato in Abruzzo la produzione del Maalox e ne ha certificato le emissioni di CO2. Ma l’investimento ha aumentato l’efficienza e la produttività dello stabilimento che ora può attrarre altri prodotti.

di Paola Pilati, da Repubblica.it, 30 maggio 2016 – Produrre per curare la salute degli umani e nello stesso tempo curare l’ambiente. Lo fa la Sanofi, multinazionale francese della farmaceutica, quarta al mondo con 37 miliardi di fatturato totale, seconda in Italia con 1,5 miliardi: a Scoppito, in Abruzzo, impianto appena finito di ingrandire grazie anche a un contributo di Invitalia, è stata ridotta l’impronta di carbonio emessa dal ciclo di lavorazione del Maalox, uno dei blockbuster della casa. Se la preoccupazione dell’effetto serra contagia anche l’industria chimica, qual è la farmaceutica, è il segno che una nuova sensibilità si sta diffondendo (anche grazie agli incentivi che la sostengono): certo, la carbon footprint certificata riguarda solo i 5,4 milioni di astucci di Maalox che vanno al mercato italiano, mentre la produzione abruzzese riguarda tutto il mondo, ma l’intero stabilimento ha il “bollino” per il rispetto dell’ambiente oltre che della sicurezza, e inaugura un’autoproduzione di energia. Come si ottiene la riduzione nell’impronta di carbonio nella produzione di un medicinale?

«Va detto che la certificazione si può fare solo per un prodotto specifico e finora è stata fatta solo per beni di largo consumo, quindi questo è il primo caso di un farmaco», precisa Annaletizia Baccante, ingegnere, aquilana di 46 anni e direttore dello stabilimento, «e consiste nel migliorare tutto l’impatto ambientale del ciclo, dall’ingresso della materia prima alla distribuzione commerciale: quindi ridurre gli sprechi, le fermate delle macchine, ottimizzare il materiale di confezionamento, i trasporti finali».

Un vantaggio anche per l’azienda, quindi, che riduce i costi di produzione. Ma che ha conseguenze sulla vita dell’intero sito produttivo: «Aumentare l’efficienza permette allo stabilimento di essere attrattivo anche per fare altri prodotti », chiarisce Baccante. Proprio quello che è accaduto a Scoppito, che esiste da quarant’anni, ma che solo con l’ultimo investimento di 26 milioni (di cui 4 messi a fondo perduto da Invitalia), e con uno sguardo all’ambiente, si è garantito lunga vita e occupazione stabile, anche grazie all’arrivo nel 2015 dell’intera produzione del Maalox da un altro sito Sanofi.

Nei 78 milioni di fatturato della fabbrica abruzzese, il Maalox conta molto, visto che le sue vendite in Italia arrivano a fatturare 30 milioni l’anno, ma non è il solo prodotto su cui è impegnata la forza lavoro di 290 persone, 90 delle quali ancora abitano gratuitamente nel villaggio che la Sanofi montò in pochi mesi nel 2009 per accogliere i dipendenti colpiti dal terremoto. A Scoppito si produce l’ibuprofene (antipiretico), l’antipertensivo Triatec, l’Amaryl (per i diabetici), il diuretico Lasix. Origgio, un altro dei sei siti italiani di Sanofi, è invece specializzato per la produzione dell’Enterogermina, altro best-seller della casa. Il listino della multinazionale infatti è per il 93% fatto di farmaci da banco, ed è proprio questo che assicura al fatturato una crescita sicura. «Con la nostra divisione di Consumer Healthcare siamo terzi produttori al mondo e quarti in Italia», precisano alla Sanofi.

La Consumer Healthcare è quella che riunisce tutti i prodotti per i quali non serve una ricetta: «Include l’automedicazione, cioè i prodotti con la crocetta che ride sulla scatola, gli integratori alimentari, e i dispositivi medici, vale a dire quella classe di prodotti che hanno efficacia sul sintomo, ma non ne curano l’origine », dice Fabio Mazzotta, direttore della Business Unit Consumer Healthcare di Sanofi Italia. Tutti insieme, sono cresciuti del 5% l’anno scorso per un fatturato di 230 milioni, in un mercato che in Italia vale 5,6 miliardi. Per realizzare l’obiettivo, un ruolo strategico lo detengono i farmacisti. «Sono loro a consigliare il farmaco da banco o l’integratore, proprio perché sono senza ricetta», spiega Mazzotta, «per questo noi da tre anni valorizziamo la loro formazione scientifica, e organizziamo dei road show (per esempio per il Maalox e l’Enterogermina) per approfondire tutti gli aspetti connessi al meccanismo di azione dei principi attivi e le loro interazioni».

Il perché di questa crescita dell’auto-cura ha a che fare con l’aumento del reddito nei paesi in via di sviluppo, ma per noi che apparteniamo alla porzione sviluppata del mondo, è legata soprattutto a bisogni emotivi come il benessere personale e la qualità della vita, più in chiave preventiva che curativa. «Ma questa abitudine potrebbe aver un riflesso virtuoso sulla spesa pubblica per la salute », osserva Mazzotta. In che modo? «C’è un tavolo aperto sulla governance della spesa farmaceutica: spesso, per disturbi non cronici, esiste un’alternativa abbordabile in auto medicazione rispetto al farmaco rimborsato. Una revisione in ottica sistemica dei consumi pubblici e privati sulla salute potrebbe liberare consistenti risorse per lo Stato». Detto in altri termini: i medici dovrebbero prescrivere il farmaco da prontuario, e quindi rimborsato, solo ai casi cronici, e spedire negli altri casi il paziente in farmacia a comprare il farmaco da banco.